Il mercato del crowdfunding si caratterizza per una storica contrapposizione. Da un lato dati che confermano anno dopo anno la crescita del settore e l’aumento dei progetti lanciati, dall’altro un tasso medio di successo delle campagne che, se prendiamo come riferimento Kickstarter, sfiora appena il 41,75% e si attesta su soglie ancor più basse in tante altre piattaforme. Come mai?
Partiamo chiarendo alcune definizioni. Una campagna di crowdfunding ha successo quando riesce a raggiungere o superare l'obiettivo di finanziamento stabilito entro la scadenza della raccolta fondi. Per esempio, se un progettista si pone l’obiettivo di raccogliere 10.000 euro in 30 giorni e raggiunge o supera quella cifra, la campagna è di successo. Al contrario, se il contatore dei fondi raccolti si ferma sotto l’obiettivo alla scadenza del termine la campagna ha fallito.
In media, quindi, su 10 campagne di crowdfunding pubblicate appena poco più di 4 arrivano ad obiettivo. Dal nostro punto di vista questo è un tema enorme, che non può essere ignorato, ma affrontato e contestualizzato per non minare la credibilità di questo straordinario strumento.
Kickstarter è molto trasparente nel comunicare il proprio tasso di successo, che si attesta appunto al 41,75%. Il tasso di successo precipita ancor di più se consideriamo i dati di Indiegogo, un’altra delle piattaforme più importanti a livello mondiale: nel 2023 appena il 9% delle campagne sono arrivate ad obiettivo.
Vorrei riportarvi anche i dati relativi isolati del mercato italiano ma purtroppo non esistono report aggiornati dedicati al reward based crowdfunding in Italia e, ad eccezione di Ideaginger.it, le piattaforme non pubblicano il loro tasso di successo complessivo relativo a tutte le campagne pubblicate. E temo che questo non sia un buon segno…
I motivi principali sono tre:
Lanciare una campagna senza un piano ben strutturato è spesso il primo passo verso l’insuccesso. Molti progetti di crowdfunding sono lanciati con l’ingenua convinzione che basti pubblicare una bella idea su una piattaforma per raccogliere fondi, senza preoccuparsi di sviluppare un business plan della campagna, di raccontare il progetto con contenuti efficaci e soprattutto senza una strategia di comunicazione coinvolgente.
La stragrande maggioranza delle piattaforme inoltre quasi non ha barriere all’ingresso. Non ci sono costi per lanciare una campagna, perché la piattaforma si limita a trattenere una percentuale dei fondi raccolti. Non ci sono valutazioni dell’efficacia di un progetto, basta che rispetti le linee guida e i termini d’uso.
Dati alla mano le campagne che seguono il modello Keep it all tendono a fallire molto più spesso rispetto a quelle All or nothing. L’abissale differenza tra i risultati di Kickstarter ed Indiegogo è lampante. Sono entrambe piattaforme americane, entrambe tecnicamente validissime e note ad un segmento molto ampio di persone. Qual è la vera differenza sostanziale tra le due? Su Kickstarter è possibile lanciare solo campagne All or nothing, su Indiegogo anche quelle Keep it all.
Le persone sono molto più propense a supportare un progetto quando percepiscono che il loro contributo è realmente essenziale per realizzarlo. Nel modello All or nothing il pubblico sa in modo trasparente che se la campagna non raggiunge l'obiettivo il progetto che apprezza o in cui si identifica non vedrà mai luce, percepisce pienamente quanto sia determinante raccogliere tutti i fondi necessari per realizzarlo. Questa dinamica crea un senso di urgenza e di partecipazione che motiva in modo molto forte le persone prima a supportare un progetto e poi a farsi convinte ambasciatrici dello stesso.
Al contrario nelle campagne Keep it all le persone sono meno incentivate a supportare un progetto per più motivi. Scegliendo questa modalità il progettista comunica tra le righe al pubblico che sì, vorrebbe arrivare al 100%, ma che questo obiettivo non è così essenziale per la riuscita del progetto. Allo stesso tempo i potenziali sostenitori possono legittimamente interrogarsi sulla solidità della proposta chiedendosi “Se mi sta chiedendo 10.000 euro per realizzare il progetto, come può mantenere la promessa anche raccogliendo meno soldi?”
L’approccio al crowdfunding di Ginger è maturato nel 2013 proprio sulla scia delle riflessioni appena condivise che ci hanno portato a puntare su alcuni elementi per la nostra esperienza essenziali per realizzare un crowdfunding di successo, ovvero:
Tutti i progettisti che lanciano una campagna di crowdfunding su Ideaginger.it cominciano il lavoro in uno dei tantissimi corsi di formazione che organizziamo ogni mese, acquisendo le competenze essenziali per progettare e promuovere una campagna di raccolta fondi. Terminata la formazione sono poi affiancati da un campaign manager Ginger, un consulente con centinaia di campagne di esperienza, che li accompagna in ogni fase del progetto, cominciando ben prima che una campagna vada online.
I progetti di crowdfunding sono poi pubblicati su Ideaginger.it che, come abbiamo già iniziato ad approfondire, è una piattaforma funzionale per chi deve raccogliere fondi e semplice da usare per i sostenitori.
Infine le campagne pubblicate sono quasi tutte della tipologia Tutto o niente. Ideaginger.it è ormai l’unica piattaforma in Italia che continua a credere con forza e a promuovere questo tipo di crowdfunding. E non potremmo esserne più orgogliosi, perché come indicano le statistiche se utilizzata con consapevolezza e strategia questa tipologia di crowdfunding è estremamente più interessante ed efficace.
Ma allora perché la maggior parte delle piattaforme disincentiva la modalità Tutto o niente? Perché dal punto di vista tecnico la gestione dell'eventuale restituzione dei fondi è complessa, soprattutto se si vogliono offrire differenti metodi di pagamento? O forse perché con le campagne Keep it all le piattaforme che trattengono una percentuale sui fondi raccolti sono certe di avere comunque un incasso? O perché commercialmente appare più complesso gestire la paura del progettista di perdere il raccolto?
Non lo sappiamo, ciò di cui ci siamo resi conto è che in questi undici anni è diventato molto più semplice spiegare il valore del “Tutto o niente”, segno di una cultura del fundraising più matura.